lunedì 19 ottobre 2009

Tutti col calzino turchese

Il randello catodico-mafioso

di Marco Travaglio

Il Fatto Quotidiano ha lanciato una campagna che è dedicata al simbolo, diciamo pure un simbolo che potrebbe essere considerato troppo leggero e invece nasconde dietro di sé, come vedremo, una questione molto grave e molto sostanziale, che è quella della difesa del diritto del giudice Mesiano a emettere una sentenza e, come il diritto del giudice Mesiano, il diritto di tutti i giudici a emettere sentenze. E’ un diritto e è un dovere, è il loro mestiere e hanno il diritto di farlo come si diceva ai tempi dei latini, padri del nostro diritto, sine spe ac metu, ossia senza speranza di ottenere qualcosa in cambio e senza paura di ricevere dei danni o delle rappresaglie, ovvero le loro sentenze debbono essere emesse secondo giustizia, secondo legge, secondo coscienza, senza nessuna aspettativa di premi o di punizioni, fermo restando che, se la sentenza contenesse degli errori, ci sarebbero sempre i numerosi gradi di giudizio che sono previsti nell’ordinamento italiano, che è il più garantista al mondo.



Tutti col calzino turchese

Abbiamo lanciato questa campagna, che è simboleggiata dal calzino: il calzino turchese, perché una serva sciocca, una precaria, che quindi va anche compresa, del gruppo Berlusconi, sotto la direzione di quel personaggio per descrivere il quale basta guardarlo in faccia, devo dire, Brachino, ha pensato bene di individuare, proprio in questo calzino, il simbolo della stranezza, della bizzarria, dell’originalità, della follia, della eccentricità del giudice Mesiano il quale, fuori dall’orario di lavoro, fa quello che fa un qualsiasi comune cittadino: se ne va dal barbiere, fuma, passeggia, si veste come cavolo gli pare, si prende il diritto di mettersi i calzini che vuole, di fumare quante sigarette vuole, di camminare dove vuole, di andare dal barbiere che vuole, di fare le facce che vuole e quindi il calzino è diventato un simbolo non solo della privacy: chi se ne frega della privacy, qui non c’è una violazione della privacy, qui c’è un avvertimento di stampo mafioso, poi lasciamo perdere le intenzioni, ma l’oggetto di cui stiamo parlando è un avvertimento di stampo mafioso e terroristico, che funziona esattamente come ai tempi degli anni 70, quando i terroristi rossi e quando le organizzazioni satellitari, da lotta continua, potere operaio etc., facevano sapere ai nemici del popolo “ vi teniamo d’occhio, vi stiamo spiando, sappiamo dove abitate”, facevano anche spesso trovare sui loro giornali gli indirizzi per far sapere a certe persone che dovevano guardarsi. Siamo tornati allo stesso clima, ma non a opera di organizzazioni terroristiche o pararivoluzionarie, a opera della televisione del Presidente del Consiglio, ossia di colui che dovrebbe rappresentare - dico in teoria naturalmente, per la funzione che occupa - la legalità contro eventuali tentazioni che nascono dal basso di sovversione. Ecco, la sovversione da noi viene dal vertice delle istituzioni, cioè dalla presidenza del Consiglio e dalle sue numerose televisioni e così anche, magari, i più ingenui o i più paraculi, che non hanno mai voluto vedere in questi 15 anni che cosa è il conflitto di interessi e a che cosa serve, hanno occasione di farci una riflessione.