COMITATI UNITI DEL LAZIO PER LA DIFESA DELLA SALUTE,
DELL’AMBIENTE E L’ AUTOGOVERNO DEI NOSTRI TERRITORI
Siamo donne e uomini che in questi anni hanno resistito all'aggressione dei loro territori da parte di chi vuole far profitto sulla salute e sull'ambiente. Siamo coloro che si sono opposti alla politica piegata agli interessi dei privati, quella politica che schiaccia i bisogni e le volontà delle popolazioni per favorire industriali e imprenditori che fanno profitto con lo sfruttamento della terra e dell’ambiente.
In questi ultimi anni le istituzioni comunali, regionali e nazionali hanno imposto con arroganza e autorità: centrali turbogas e a carbone, inceneritori e nuove discariche, la privatizzazione dell'acqua, mega aeroporti, mega autostrade, la TAV e come se non bastasse oggi si riparla di energia nucleare e a questo proposito il Lazio dovrebbe ospitare alcune centrali e siti per lo stoccaggio delle scorie. Le popolazioni locali hanno risposto a tutto questo autorganizzandosi in Comitati e lottando in prima persona contro le multinazionali che si nascondono dietro ogni grande opera: ENEL, ENI, COLARI, CALTAGIRONE, AMA, ACEA, SORGENIA, IMPREGILO, ANSALDO...
Le nostre non sono solo battaglie in difesa della nostra salute e dell'ambiente, la nostra è una lotta per restituire il potere decisionale sui territori ai cittadini che vi abitano.
Non abbiamo bisogno di nuove centrali, inceneritori, autostrade, discariche, porti, aeroporti, centrali nucleari... I nostri territori vanno risanati da mondezza e dai veleni, vogliamo una mobilità basata sul ferro, la nostra acqua deve essere pubblica, per questo scenderemo in piazza anche il prossimo 20 Marzo.
La volontà popolare deve essere rispettata, nulla deve essere deciso sulla nostra testa.
Per tutte queste ragioni chiamiamo le reti sociali, i coordinamenti territoriali, le assemblee permanenti, i comitati di quartiere i/le tanti/e cittadini/e che in questi anni si sono mobilitati contro le scelte sbagliate della Regione Lazio ad una
MANIFESTAZIONE UNITARIA DEI MOVIMENTI
CONTRO LE NOCIVITA’ E LE DEVASTAZIONI AMBIENTALI DEL LAZIO Sabato 6 Marzo ore 15:00 in Piazza Santi Apostoli a Roma
Assemblea permanente NO FLY Ciampino, Comitato Fiumicino Resiste NO AL PORTO, Comitato NO COKE Alto Lazio, Comitato NO CORRIDOIO ROMA-LATINA, Comitato RISANAMENTO AMBIENTALE Guidonia, Coordinamento CONTRO L'INCENERITORE d'Albano, Rete dei Cittadini NO TURBOGAS Aprilia, Rete per la TUTELA della VALLE DEL SACCO...
Traffico illecito di rifiuti, indagato Steno Marcegaglia
ROMA (Reuters) - Steno Marcegaglia, padre della presidente di Confindustria Emma e fondatore e presidente dell'omonimo gruppo, è indagato nell'ambito di un'inchiesta su un vasto traffico illecito di rifiuti.
Lo rende noto una fonte vicina alla vicenda, mentre il Gruppo Marcegaglia precisa in una nota che "Steno Marcegaglia risulta indagato in quanto presidente del gruppo".
L'operazione sul traffico di rifiuti - che oltre alla Toscana riguarda diverse altre regioni ed è stata affidata ai carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Grosseto - vede coinvolte diverse società e ha portato all'arresto di 15 persone.
"I dirigenti interessati dalle indagini non ricoprono più da tempo gli incarichi originariamente loro conferiti. L'azienda si dichiara certa del loro corretto comportamento e confida di poter dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati", aggiunge la nota diffusa nel pomeriggio dal gruppo industriale.
Nell'indagine, coordinata dalla Procura di Grosseto che ha emesso 17 provvedimenti cautelari ed eseguito 3 sequestri preventivi, risultano coinvolte 61 persone e 20 aziende, spiega un comunicato dei carabinieri.
Il gip ha disposto la custodia cautelare per 15 persone, di cui 6 in carcere e 9 agli arresti domiciliari. Si tratta di rappresentanti legali, presidenti di cda, direttori generali, responsabili tecnici, soci, responsabili di laboratorio, chimici e dipendenti delle società coinvolte.
Sono state inoltre emesse due misure interdittive dell'esercizio della professione di chimico e dell'esercizio di uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.
I provvedimenti cautelari sono stati eseguiti nelle province di Grosseto, Bergamo, Caserta, Livorno, Milano, Mantova, Padova, Pisa, Ravenna, Trento e Trieste. I reati contestati sono a vario titolo associazione per delinquere, omicidio colposo, lesioni personali colpose, incendio, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, falsità in registri e notificazioni e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.
"Il traffico di rifiuti accertato negli ultimi anni - spiega la nota delle forze dell'ordine - è stato stimato in circa un milione di tonnellate, con un lucro di svariati milioni di euro ed un consistente danno all'Erario, per l'evasione dell'ecotassa, oltre, naturalmente, ai gravi danni provocati all'ambiente".
L'operazione riguarda "un'organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti speciali, anche pericolosi, costituita in Toscana ed avente diramazioni in Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Emilia Romagna, Marche, Campania, Lazio, Abruzzo e Sardegna", dice la nota del Noe.
L'indagine ha avuto origine da uno stralcio della Procura di Napoli sulla movimentazione di rifiuti prodotti dalla bonifica del sito contaminato di Bagnoli, e si è poi sviluppata in Toscana.
Dalle indagini del Noe di Grosseto è emerso che l'organizzazione "era imperniata sul ruolo di una società di intermediazione maremmana, proprietaria anche di un impianto di trattamento, la quale, avvalendosi di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava e gestiva i flussi dei rifiuti... attraverso una sistematica falsificazione di certificati di analisi, formulari di identificazione e registri di carico e scarico al fine dell'attribuzione di codici di rifiuto non corretti, così da poter essere dirottati soprattutto in siti di destinazione finale compiacenti".
L'inchiesta ha riguardato anche l'incendio a seguito di un'esplosione in un impianto per il trattamento di rifiuti non pericolosi di Scarlino, nel Grossetano, dove venivano gestiti anche rifiuti pericolosi, alcuni dei quali avrebbero provocato la deflagrazione, costata la vita a un operaio.
Un altro filone investigativo ha riguardato "una nota industria metallurgica di Ravenna, la quale aveva la necessità di smaltire un cumulo di quasi 100.000 metri cubi di rifiuti... contaminato da mercurio, idrocarburi e da altri inquinanti... La società di intermediazione si aggiudicava l'appalto per la gestione dei rifiuti ed effettuava il loro smaltimento in modo illecito".
Nella nota del Gruppo Marcegaglia, i legali spiegano che "lo smaltimento di rifiuti ... riguarda nello specifico il terreno di risulta degli scavi eseguiti per l'ampliamento del suo stabilimento sito nell'area portuale di Ravenna. Questo materiale, analizzato da Made sotto il controllo degli enti pubblici di competenza, è stato conferito a società legalmente autorizzate al suo successivo smaltimento"...
L'Idv "assolve" De Luca con standing ovation di P. Zanca
I delegati danno il via alla candidatura, contrario De Magistris
La Madonna pellegrina è andata a giudizio. Il processo (breve, dice De Magistris) a Vincenzo De Luca, candidato Pd alla regione Campania, finisce in un’assoluzione con formula piena. Per lui, è standing ovation. Antonio Di Pietro ieri mattina lo ha chiamato al telefono: "Stiamo decidendo che fare con te. Vuoi venire a convincerci?". "Alle tre e mezza sto lì", ha risposto l’imputato. Arriva puntuale, quando Di Pietro ha già spiegato alla platea come accoglierlo. "Abbiamo tre opzioni: non votarlo, votarlo senza condizioni o mettere dei paletti. L’alternativa è consegnare la regione ai casalesi". La strada, insomma, era spianata. Solo i "dissidenti", continuavano a sperare che ci fosse un’altra soluzione. "Avremmo voluto un candidato autonomo, come in Calabria, e non farci mettere spalle al muro dal Pd", spiega Carlo Diana dall’Emilia. Per il resto “la linea dei paletti” all’ora di pranzo aveva già sfondato: "Se si dimette anche in caso di condanna in primo grado, va bene", dice il siciliano Salvo Di Blasi. "Vogliamo dare un peso o no alla presunzione di innocenza?" si domanda Denis Rosa, avvocato veneziano. "Se poi sarà condannato, fuori immediatamente, a calci", aggiunge Alessandra Maiorano, 23enne padovana. "È un atto di fiducia, non solo a De Luca, ma anche a Di Pietro", chiosa Antonino Pipitone, che a Padova fa l’assessore. Già, altro che rimettersi all’assemblea, con il discorso dei paletti, Di Pietro si è assunto una responsabilità non da poco. E forse nemmeno lui si aspettava le standing ovation. Ma De Luca evidentemente ha scelto le parole giuste. “Sono pronto a sottoscrivere un codice etico. Io sono un altro Sud, quello che combatte e non ha paura della legalità. La mia accusa per truffa e concussione è dovuta al fatto che ho chiesto la cassa integrazione per 200 operai licenziati, ma sono orgoglioso. C’è chi tra le frequentazioni ha gli operai; altri invece che le hanno con i casalesi, i camorristi e gli estorsori". Mentre applaudono lui, i delegati applaudono il loro presidente. "La magistratura indaghi a 360°". "Che nessuno si difenda dai processi ma nei processi". "Chi è condannato metta la firma sotto le dimissioni". La vulgata è quella del Tonino nazionale: "Basta con i primari che non sanno distinguere un bisturi da un cavatappi". "Basta con i bastimenti al Columbus Day a spese della regione". Quando finisce, Di Pietro allarga le braccia. C’è altro da aggiungere? No. L’Idv è con De Luca. Lui ha il volto provato: "Oddio, e che è! – dice uscendo dalla sala – Gli esami non finiscono mai, mi hanno catapultato qui come la Madonna pellegrina". Luigi De Magistris invece è furibondo. In sala ad ascoltare l’imputato nemmeno c’è andato. "Che è, il processo breve? L’applausometro? No, non mi interessa. Di Pietro è il leader, ma io sono campano e conosco i problemi, che non sono le favolette che ha raccontato De Luca. E poi magari sarà condannato tra dieci anni, quando avrà già finito di governare". Fausto Morrone, candidato alle regionali per l’Idv, è uno dei maggiori oppositori di De Luca a Salerno: "Io non ho applaudito. I suoi capi d’imputazione non sono quelle sciocchezze che vuole far credere: ha favorito imprenditori, ha incentivato la speculazione, non è stato abbastanza vigile sulle infiltrazioni camorristiche. Capisco Di Pietro: pur soffrendo di gastrite, se De Luca in Campania serve a non dare l’immagine di un centrosinistra frammentato, va bene così. Ma ad applaudirlo no, io non ce l’ho fatta".
Menzogne sugli inceneritori e la gente muore Intervista a Patrizia Gentilini
"Sono Patrizia Gentilini, un medico, un oncologo, appartengo all’Associazione dei Medici per l’Ambiente e sono qui per spiegare il nostro comunicato stampa del 25 novembre scorso, in occasione del nostro ventennale. Vogliamo portare alla conoscenza di tutti e denunciare il fatto che sono stati modificati i risultati di studi scientifici in documenti in uso ad associazioni pubbliche, per attestare la presunta innocuità degli impianti di incenerimento dei rifiuti. Ci rifacciamo a un documento: il Quaderno N. 45 di ingegneria ambientale. Il documento a firma di Umberto Veronesi, Michele Giugliano, Mario Grasso e Vito Foà, è stato ripreso dalla Regione Sicilia e da altre Regioni, quali la Regione Toscana e altre Province in Italia. L’impatto sanitario è sviluppato a pag. 54/55 a firma di Vito Foà, nel documento sono presi in esame 4 studi, tutti riportati in maniera non corretta. In particolare per lo studio condotto in Inghilterra, di Elliot, in prossimità di 72 inceneritori, è riferito che non è stata trovata alcuna diversità di incidenza e mortalità per cancro nei 7,5 chilometri di raggio circostanti gli impianti di incenerimento e in pratica non si è riscontrata nessuna diminuzione nel rischio mano a mano che ci si allontanava dalla sorgente emissiva. Quello scritto nel lavoro originale di Elliot è esattamente il contrario, perché viene riportata, per l’esattezza, una diminuzione statisticamente significativa, mano a mano ci si allontanava dall’impianto di incenerimento per tutti i cancri: il tumore allo stomaco, al colon retto, al fegato e al polmone, quindi mano a mano che ci si allontanava dagli impianti il rischio diminuiva. Nella versione italiana è stata aggiunta una negazione in modo da capovolgere il significato del lavoro. Un altro esempio è lo studio condotto in prossimità dei due impianti di incenerimento di Coriano a Forlì e anche in questo caso è riportata solo la frase iniziale delle conclusioni, in cui si dice che lo studio non ha messo in evidenza eccessi di mortalità generale e di incidenza per tutti i tumori, è un’interpretazione molto parziale. Vi spiego come stanno le cose: lo studio di Coriano è stato condotto valutando l’esposizione a metalli pesanti, secondo una mappa di ricaduta di questi inquinanti, questa è la mappa che riguarda lo studio di Coriano (vedi video) fatta per valutare le ricadute sulla popolazione in base alle emissioni dei due impianti di incenerimento. I due inceneritori sono questi due continui al centro (vedi video) : 1) per i rifiuti urbani; 2) per rifiuti ospedalieri; è stata considerata l’emissione di metalli pesanti in aria e la loro ricaduta nel territorio. L’area più scura è dove è massima la ricaduta, poi via, via i livelli sfumano, fino a un colore giallo più chiaro preso come livello di riferimento. E’ stata analizzata la popolazione residente per circa 14 anni, dal 1990 al 2003/2004, e i risultati che ci sono stati sono stati estremamente importanti per quanto riguarda le donne. Nel grafico ho riportato l’andamento della mortalità per cancro nel sesso femminile in funzione dell’esposizione, quindi in funzione dei livelli della mappa precedente. In pratica questo è l’andamento del rischio di morte in funzione del livello di esposizione (vedi video), questo è l’andamento della mortalità per tutti i tipi di tumore nel loro complesso nel sesso femminile, che arriva fino a un aumento del 54%, questo l’andamento della mortalità per cancro alla mammella, al colon retto, per cancro allo stomaco, vedete che c’è una coerenza innegabile tra aumento del rischio e aumento del livello di esposizione, questo risultato certamente molto importante viene sottaciuto nel paragrafo che riguarda l’impatto sanitario dell’incenerimento, in modo da sottostimare questo rischio che è di fatto assolutamente di rilievo. Cosa vogliamo dire con il nostro documento e con il nostro comunicato stampa? Abbiamo voluto ricordare la nascita delll’Associazione dei Medici per l’Ambiente, che la nostra associazione ha come finalità di fornire strumenti di conoscenza al servizio di tutti i cittadini e di essere coerenti in questo, seguendo il nostro grande maestro, purtroppo scomparso: Lorenzo Tomatis che ci ha insegnato che medicina e scienza devono essere al servizio dell’uomo, della salute e non degli interessi economici. Abbiamo voluto ricordare che non è la prima volta che l’uso pure artefatto, strumentale degli studi scientifici è servito e ha costituito l’alibi per non adottare delle misure di protezione della salute pubblica, con un carico di sofferenze, di morti, malattia che si poteva evitare. Noi non vogliamo che questo si ripeta anche con l’incenerimento dei rifiuti che è una pratica assolutamente da bandire, dobbiamo riciclare, recuperare la materia e non bruciarla. Vorrei ricordare che la nostra associazione è indipendente, non è necessario essere medici, tutti possono iscriversi, potete andare sul nostro sito, tutti possono associarsi, non godiamo di finanziamenti da parte di terzi, ci autososteniamo. Nell’ambito del tema della gestione dei rifiuti, vorrei ricordare un nostro libro come strumento di conoscenza per le amministrazioni, per i cittadini, le associazioni. Nessuno di noi ha diritti, quindi non è una promozione commerciale. Come associazione siamo interessati a una variegata presenza di problemi come per esempio: telefonini, Ogm, pesticidi, inquinamento dell’aria. Problemi cruciali per la salute di tutti, siamo convinti che solo con la conoscenza, con la partecipazione e con l’impegno di tutti, si riuscirà a trovare soluzioni per la tutela della salute, della vita e del futuro di tutti noi."
Il macabro "tariffario" del cancrovalorizzatore del Gerbido di Torino. Documenti ufficiali che nessuno ha pubblicato.
di Roberto Topino
Dovete sapere che un progetto di ricerca della Commissione Europea, che si chiama ExternE (Externalities of Energy), ha quantificato in modo molto preciso i costi dei danni all’ambiente ed alla salute derivanti da una qualunque fonte emissiva. Questi costi, in Europa, sono attualmente valutati da 3 a 5 volte meno che negli USA, ma è importante che venga riconosciuto che una centrale elettrica, una discarica, un inceneritore, un cementificio, ecc. provocano danni, che hanno, oltre ad un costo in termini di sofferenza, anche costi economici ben quantificabili.
La società che sta costruendo l’inceneritore del Gerbido, nel 2003 ha fatto uno studio in collaborazione con il Politecnico di Torino e ha redatto una tabella dei costi in euro delle malattie previste. Malattie e costi sono stati riassunti in una tabella, che, a ragion veduta, si potrebbe definire il tariffario del cancrovalorizzatore. Non è un macabro scherzo, è un documento del Politecnico di Torino. Poi il sindaco di Torino Sergio Chiamparino dice che l’inceneritore sarà sicuro.
CALCOLO DELL'IMPATTO SANITARIO CORRELABILE AL FUNZIONAMENTO DELL'INCENERITORE DA 103.000 TONNELLATE/ANNO DIRIFIUTI SOLIDI URBANI PREVISTO A TRENTO.
Il dibattito sui rapporti fra inquinamento ambientale e salute soffre in Italia di un alto tasso di provincialismo scientifico-culturale, per cui, ogni volta che si affronta il problema dell'impatto ambientale e sanitariodi un inceneritore, si mette in dubbio il rapporto emissioni > inquinamento > danni alla salute, trascurando linee guida internazionali che ormai su questo argomento hanno scritto parole inequivocabili, grazie a studi molto complessi (basti pensare al progetto europeo Externe o a quelli della scuola di salute pubblica dell'Università di Harvard (39), che sono in grado di determinare con certezza questo tipo di rapporto e anche di quantificarlo in termini di costi economici.
Nel nostro Paese, invece, chi propone la realizzazione di un insediamento altamente inquinante, si può permettere di dichiarare, senza tema di cadere nel ridicolo, che l'impatto ambientale è nullo o quasi, così come le conseguenze sulla salute. Ecco allora che amministrazioni locali, spesso dietro la spinta di comitati civici preoccupati per i rischi sanitari connessi, commissionano studi spesso inadeguati, e, qualora questi studi, inadeguati, rassicurino sull'inesistenza di un rischio sanitario, si giunge invariabilmente alla conclusione, errata, che non esiste impatto, mentre invece la causa è da ricercarsi nell'inadeguatezza dello studio stesso, che non è in grado di mettere in evidenza il danno per la salute. Contemporaneamente si propongono studi di monitoraggio ambientale ed epidemiologico, spesso anch'essi inadeguati, per verificare l'assenza di conseguenze per la popolazione. Tutto questo modo di procedere, spesso avvallato anche dalle istituzioni preposte alla protezione dell'ambiente e della salute (ARPA, ASL, Ordini dei Medici) è da considerarsi errato, perché, allo stato attuale, i danni di un inceneritore sono prevedibili a priori in base alle metodiche scientifiche a nostra disposizione, e non è necessario ricorrere a studi "fatti in casa" per capire concetti che già ampiamente fanno parte della letteratura scientifica internazionale. Sappiamo, infatti, che per qualunque tipo di inceneritore, anche dell'ultima generazione, a parte i costi dovuti al riscaldamento globale, causati dalle emissioni di CO2, CH4 e NO2, più del 95% dei costi esterni sono dovuti all'impatto sulla salute, specialmente in termini di mortalità.
La morbilità (principalmente bronchite cronica, ma anche asma, perdita di giorni lavorativi, ricoveri ospedalieri ecc.) ammonta ad almeno un terzo dei costi causati da PM10, NOx e SO2. (32) Questi costi sono correlati o alle tonnellate di rifiuti bruciati, tenendo conto dell'attuale normativa Europea maggiormente restrittiva (32), o in base alle emissioni previste (per gli inceneritori in progetto), o dichiarate (per quelli già esistenti e funzionanti) di sostanze inquinanti (39). In base agli studi Externe della Comunità Europea, l'incenerimento di 103 000 t/anno di rifiuti può comportare una spesa per i danni provocati alla salute di 2.183.600 Euro. Dopo 20 anni di attività, pari alla combustione di 2.060.000 tonnellate di rifiuti, la spesa sanitaria provocata sarà stata di 43.672.000 euro. A queste cifre si giunge tramite una quantificazione della spesa ottenuta in base ad una sorta di "tariffario", che prevede diecimila euro per ogni punto di Q. I. perso nei bambini, cinquantamila euro per ogni anno di vita perso ecc. Questo significa, per fare un esempio, che se si tramutassero le cifre da milioni di euro in anni di vita persi, si arriverebbe, nei 20 anni di attività prevista per l'inceneritore, alla perdita di ben 873 anni di vita (essendo pari a cinquantamila euro il costo attribuibile alla perdita di un anno di vita). Ora è su questi dati, e non su altri, che chi deve decidere se costruire un inceneritore di rifiuti solidi urbani deve basare le proprie scelte.
La cittadinanza esposta deve essere debitamente informata, per sapere quale sia veramente l'elevatissimo prezzo da pagare, chiedendosi se è realmente disposta ad immolare una cifra così mostruosamente elevata di anni di vita solo per aver scelto una metodologia di trattamento dei rifiuti altamente nociva per l'uomo. La metodica sviluppata presso la Scuola di Salute Pubblica dell'Università di Harvard (39), allo scopo di studiare i danni alla salute provocati dalle emissioni delle centrali a carbone, può essere applicata anche agli inceneritori, perché si limita a stimare il danno causato dai 3 inquinanti principali che sono PM 2,5, SO2, NOx. (cfr tabella). Pertanto, disponendo di questi dati di emissioni, si può risalire ai costi esterni di tipo sanitario stimati per quella determinata fonte di emissioni. In queste osservazioni ci limiteremo soltanto alla valutazione dei costi sanitari correlati alle emissioni dei 3 inquinanti considerati dallo studio di Harvard, pur essendo evidente che in questo modo una parte dei danni sanitari dovuti alle altre cause non viene stimata. La tabella riporta la mortalità in dollari per ogni tonnellata di inquinanti emessa. Moltiplicando le quantità emesse per le cifre in dollari riportate si ottengono i costi sanitari stimati riferibili a questi inquinanti.
INQUINANTEMORTALITA' IN DOLLARI PER TONNELLATA DI INQUINANTI EMESSA PM 2,5 PRIMARIE30.000500.000 SO2 6.000 50.000 Nox 500 15.000
La marcata variabilità di costi stimati dipende dalla differente localizzazione delle fonti di inquinamento: una fonte di inquinamento posta al centro di una zona a bassa densità di popolazione avrà costi sanitari minori rispetto ad una posta in aree ad altra densità di popolazione. In base ai dati riportati nel progetto per l'inceneritore di Trento, si può risalire ad un costo indicativo, causato dai soli tre inquinanti succitati, con una variabilità da un minimo di 293.000 dollari ad un massimo di 2.700 000 dollari/anno. · PM 2,5: 1.9 ton/anno: da 57.000 a 950.000 dollari · NOx: 38 ton/anno: da 19.000 a 570.000 dollari · SO2: 23.6 ton/anno: da 217.600 a 1.180.000 dollari
Poiché lo studio vale per gli Stati Uniti, dove la densità della popolazione è estremamente più bassa che in Italia (circa 6,5 volte), si può ipotizzare che i costi sanitari di un inceneritore come quello di Trento siano almeno 6 volte maggiori rispetto ai valori minimi e massimi stimati. Infatti gli effetti degli inquinanti sulla salute dipendono in maniera precipua dalla densità della popolazione esposta. Pertanto i costi per la situazione italiana andrebbero così ricalcolati: da 1.758.000 a 7.080.000 dollari all'anno. Per l'area di Trento appare molto cautelativa una stima intermedia dei costi sanitari pari 4.419.000 dollari all'anno, pari a 88.380.000 dollari dopo 20 anni di attività. A questi costi vanno aggiunti i danni dovuti ai microinquinanti (metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, diossine) e quelli dello smaltimento delle ceneri derivanti dalla combustione dei rifiuti: per ogni 3-4 ton di rifiuti si ottiene circa 1 ton di ceneri. Queste ceneri vanno smaltite in discariche speciali per rifiuti tossici nocivi, che sono più costose e pericolose delle altre discariche. La Germania e la Svizzera mettono le ceneri volatili dentro sacchetti di nylon immagazzinati in miniere di sale. In Giappone alcuni inceneritori vetrificano le ceneri. In Danimarca le spediscono tutte in Norvegia.
Questi documenti dimostrano che:
1 - l'inceneritore produce danni alla salute (alla faccia delcancrovalorizzatore veronesi) 2 - questi danni sono oggettivamente valorizzabili attraverso studiscientifici e programmi informatici (uno è quello europeo posto sotto).Purtroppo questa valorizzazione è una grezza riduzione alla monetizzazionedella salute, la quale non ha prezzo. 3 - il danno è diffuso e omogeneo e dichiarato dagli stessi che danneggiano,per cui è un danno soggetto a vertenze giudiziarie individuali e/ocollettive (class action) di indennizzo sia a preventivo (come deterrente)sia a consuntivo (dopo la costruzione del TCV).