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mercoledì 7 ottobre 2009

In ricordo di Anna Politkovskaja

Contro i crimini commessi dal "potere"


7 ottobre, Anna Politkovskaja è viva

Sette ottobre: sono tre anni che Anna Politkovskaja è stata uccisa con quattro colpi di pistola sulla porta dell'ascensore di casa a Mosca. Una giornalista, una reporter - avrebbe detto lei -, fiera del suo raccontare soltanto ciò che aveva visto. Ma a volte qualcuno ritiene che tu abbia visto troppo, soprattutto se quello che hai visto e documentato è la sporca guerra in Cecenia. Anna Politkovskaja ha alzato il velo su troppe vicende verminose della Russia di Putin e qualcuno ha pensato bene di abbatterla e farla tacere proprio in quel giorno - il 7 ottobre - che è anche il compleanno del presidente Vladimir. Un grazioso omaggio? (...)

(Ottavia Piccolo per "Articolo 21")



Politkvoskaja, a tre anni dalla morte

Politkvoskaja, a tre anni dalla morte

La tomba di Anna Politkovskaja al cimitero moscovita di Troekurov è diversa da tutte le altre. La lapide è un foglio bianco, un po’ piegato, trafitto da cinque colpi di pistola. I segni neri che quei colpi lasciano sul marmo simboleggiano una ferita che rimarrà indelebile nella coscienza della Russia. Come la scrivania che Anna ha dovuto abbandonare, a soli 48 anni, nella redazione della Novaja Gazeta. L’ufficio di Anna è rimasto come lei lo ha lasciato quel venerdì 6 ottobre 2006, suo ultimo giorno di lavoro. I suoi colleghi non hanno toccato un libro, non hanno spostato un foglio. Hanno aggiunto solo la sua foto, una delle poche dove lei (così severa con gli altri e con sé stessa) sorrideva. Da qualche mese, di fianco alla sua scrivania hanno aggiunto anche la foto di Natalia Estemirova, una sua amica, attivista per i diritti umani e bandiera dell’ong Memorial in Cecenia, rapita e assassinata qualche mese fa. Uccisa a colpi di Makarov, la stessa pistola utilizzata per sparare ad Anna, nell’ascensore di casa. La stessa pistola (un tempo in dote alle forze armate sovietiche) che di fatto è una sorta di garanzia di impunità. Non hanno bisogno di cambiare le leggi in Russia per spegnere la libertà di stampa. Utilizzano in vecchio motto brigatista: colpirne uno per educarne cento.
Doveva rimanere a casa a fare la massaia ripete spesso sul conto della Politkovskaja Ramzan Kadyrov, quel triste figuro che il Cremlino (guidato da tandem Putin-Medvedev) ha nominato a guidare la repubblica cecena. Per lui, la Politkovskaja, l’Estemirova e l’avvocato Markelov (per citare solo tre caduti in questa guerra, mai dichiarata, contro chi difende i diritti umani nella Federazione russa), sognavano un bel tribunale che lo processasse per crimini contro l’umanità. E invece è sempre lì a fare il presidente, circondato da decine di guardie del corpo e pronto, si dice, a passare lo scettro a un parente, anch’egli ovviamente accusato di essere il mandante di alcuni omicidi politici.
Doveva rimanere a casa a fare la massaia, dice Kadyrov, che la Politkovskaja chiamava (pensando a Dostoevskij) l’idiota. Eppure quel sabato 7 ottobre, Anna stava proprio facendo la massaia. Anzi, come tante donne di questo mondo maschilista, faceva la massaia, dopo aver fatto la mamma, la figlia e la giornalista. A differenza di Kadyrov, Anna riusciva a fare più cose contemporaneamente.
Doveva rimanere a casa a fare la massaia, dice quello che molti indicano come il mandante del killer. E questo faceva Anna quel giorno. Aveva fatto la spesa. Ma era troppa da portare in un solo viaggio di ascensore. Quando, riscendendo al piano terra, le porte si sono riaperte, la più grande giornalista russa ha trovato davanti a sé l’assassino.
Cinque i colpi che le ha sparato. L’ultimo quello di grazia. Via Lesnaja a Mosca è in una via semicentrale e molto trafficata. Ma nessuno ha visto l’assassino fuggire. Le telecamere hanno ripreso parte del suo volto. Ma giustizia non è stata fatta.
Uno dei paesi con il maggior numero di poliziotti e di agenti dei servizi segreti al mondo non solo non è riuscito a garantire che Anna Politkovskaja, la più coraggiosa giornalista russa, fosse protetta (aveva ricevuto centinaia di minacce). Non ha nemmeno fatto finta di cercare, seriamente, chi l’ha uccisa. Il processo ai suoi presunti killer va a fasi alterne. L’assoluzione in primo grado, il ricorso della procura, le nuove indagini.



Vivo da 42 anni in un paese che è maestro nell’arte di sotterrare la verità. Vivo in un paese che non ha perseguito i responsabili delle più infami stragi. E quindi non ho molta fiducia nella giustizia e negli organi inquirenti. Qui come in Russia. Ce lo spiegava bene Pasolini. Si può sapere, si può farsi un’idea di quel che è successo anche senza che un tribunale ci dica quel che è accaduto. Qualcuno ha ucciso Anna Politkovskaja nel giorno del compleanno di Vladimir Putin. Questo è un fatto.

Qualcuno avrà gioito e avrà brindato per festeggiare il suo omicidio. Questa è un’ipotesi.
In milioni, in tutto il mondo, la rimpiangiamo. E questa è un’assoluta verità.
A tre anni di distanza da quell’orrendo omicidio, di una cosa sono certo. Nessuno l’ha dimenticata. Anche quelli che fanno finta di niente. Anche gli amici di Putin, sempre numerosi nel nostro paese.
Quei segni sul marmo sulla sua tomba spero non facciamo dormire sonni tranquilli agli assassini, ai loro mandanti e a chi li protegge.

(Andrea Riscassi per "Articolo 21)


I giornalisti uccisi in Russia



Per chi pensa che siano fatti lontani da noi vi ricordiamo che è stato ucciso anche un giornalista italiano: Antonio Russo.



da Panorama.it

Antonio Russo era un giornalista free-lance e reporter internazionale, lavorava per Radio radicale. È morto in Georgia, dove si trovava per documentare la guerra in Cecenia, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2000. Il suo corpo martoriato venne ritrovato ai bordi di una stradina di campagna a 25 chilometri da Tbilisi. Le circostanze della sua morte non sono mai state chiarite. Il materiale documentario che aveva con sé non è mai stato ritrovato. Antonio Russo aveva cominciato a trasmettere in Italia notizie scottanti circa la guerra e aveva parlato alla madre, solo due giorni prima della morte, di una videocassetta contenente immagine delle torture e delle violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena; aveva raccolto prove, inoltre, dell'utilizzo di armi non convenzionali contro bambini ceceni.

Il solo pensiero che lo psiconano ostenti la sua amicizia con Putin... scusateci ma ci fa rabbrividire e incazzare!
... E a voi?





Abbiamo ripescato anche questa gaffe (fra le troppe) sul suo amico. Tra l'altro si parla anche dei suoi sporchi affaracci nostrani: l'inghippo dei decoder con il quale ce l'ha messo nel "di dietro" e tecnologicamente parlando, ci ha fatto tornare indietro di 50 anni!

Meditate gente... meditate!

Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure!

martedì 7 luglio 2009

G8, il fumo e l’arrosto


Non fidatevi di stampa e tv, italiane e straniere. Raccontano solo la scena, ma la sostanza…

di Lucio Fero

Chi è quello vicino a Bertolaso?

Del G8 ci sarà raccontata solo e soprattutto la scena. Poco o niente ci verrà invece narrato della sostanza. Per abitudine e pigrizia, per modello culturale e metabolizzata ignoranza, per libera scelta ed imposto modello, il grande sistema di comunicazione di massa altro non vede e quindi “comunica” che la scena. Non necessariamente il fumo al posto dell’arrosto, ma sempre e comunque la scena sì e la sostanza no. Poco male, tenendo conto che il G8 è per ammissione e consapevolezza dei suoi stessi protagonisti soprattutto “parata”, sfilata di problemi, esibizione di intenti. Poco male la narrazione limitata alla scena, basta, basterebbe, saperlo. Ma stavolta c’è qualcosa di più e di diverso: stavolta nel e del racconto della scena non bisogna fidarsi, sia che venga da stampa e tv italiane, sia che arrivi da stampa e tv straniere.
Entrambe narreranno in maniera inaffidabile. Perchè il G8 si svolge in Italia. Un paese dove l’appunto alla scenografia, la non lode della messa in scena diventa un atto destabilizzante, politicamente destabilizzante. Quindi la gran parte dei media italiani si sentiranno investiti di una responsabilità e di un mandato “istituzionale” a raccontare che tutto è risultato grande utile e bello della tre giorni abruzzese. Sarà un racconto di trionfi e perfezione “a prescindere”. Come altrettanto a prescindere dalla realtà sarà il racconto di una minoranza dei media italiani, pronti a cogliere un cigolio di una porta o un mugugno di cittadino come presagio di debolezza politica. Succede nei contesti emergenziali-autoritari che l’arredo, la puntualità, la soddisfazione dei commensali a tavola siano indicati dal potere e raccolti dall’informazione come simboli e notizie di buon governo e viceversa. Succede oggi in Italia.
Simmetricamente da non fidarsi sarà la narrazione della stampa e tv straniere. Se la comunicazione italiana ha ingurgitato e assimilato il pregiudizio della lode come “mission” informativa, fuori dai confini si adotta il pregiudizio per cui un paese berlusconizzato non può che essere “unfair” qualunque cosa faccia. La stampa straniera descrive un paese politico che non c’è, racconta gli ultimi giorni di “Berluscolandia”, racconterà a prescindere i tre giorni de L’Aquila applicando lo stesso falso schema.
La scena del G8 verrà dunque narrata con enfasi e trionfi che non ci sono se non nel dettato della regia, oppure con incertezze e passi falsi costruiti a tavolino. Comunque racconti già scritti. Solo il terremoto nella sua disumana imprevedibilità potrebbe mutare i racconti che sono già nella testa degli uomini. O forse nemmeno il terremoto. In caso di una scossa che sconvolgesse il G8, probabilmente anche qui i racconti sono due e già scritti anch’essi: il racconto dell’eterno otto settembre italiano in cui tutti si squagliano, lo Stato per primo, oppure il racconto di San Bertolaso che sconfisse il Drago che scuoteva la terra portando al dito l’anello magico consegnatogli da re Silvio.
E la sostanza del G8? Hanno davanti le tre fasi della crisi economica. Quella finanziaria che è tamponata, arginata ma non finita. Devono, dovrebbero, vogliono, vorrebbero scrivere e far rispettare nuove regole restrittive all’uso finanziario del denaro su scala planetaria. Non sanno se si può fare, non sanno fino a che punto è utile farlo, non sanno se riusciranno a farlo tutti insieme.
Quella del lavoro e dell’occupazione che cala, la fase della crisi che non è tamponata e anzi si allargherà per almeno due anni. Devono decidere se fronteggiarla spendendo denaro pubblico, ma non possono indebitarsi tutti alla stessa maniera. Oppure rintanandosi e aspettando che passi. E poi ci sarà la terza fase, quella del rientro dai debiti pubblici dilatati, quella che, quando verrà, potrebbe stroncare più di una popolarità e di un governo. Quando verrà sarà l’inizio della fine della crisi ma sarà il momento delle tasse o dell’inflazione.
Devono e vogliono, ma non parlano la stessa lingua. Negli Usa la “lingua” del governo e del paese coniuga la grammatica della speranza, la retorica del nuovo inizio, la sintassi della scommessa ed è una lingua parlata con un “accento” culturale che potremmo definire emotivamente e socialmente di sinistra. In Europa si parla la lingua della paura, della difesa strenua dell’esistente, della bilancia tra le corporazioni. Alla crisi l’Europa reagisce con sentimenti e voglia di destra. Accadde già dopo la crisi del 1929, di là il New Deal, di qua la borghesia e i ceti popolari impauriti che sceglievano regimi autoritari. L’ha rilevato D’Alema, non per questo vuol dire sia sbagliato. E’, insieme, una suggestione storica e una constatazione empirica. In ogni caso non saranno i G8 a L’Aquila a decidere, saranno i G20 a Pittsburgh a settembre. E’ quella la sede dove parlano e contano le altre grandi economie mondiali, a partire dalla Cina che ha, niente meno, bisogno insieme di sviluppo del Pil, welfare interno, stabilità finanziaria degli Usa e mantenimento del livello dei consumi americani. Lettere a appelli di Ratzinger o Bono è meglio che portino anche questo secondo indirizzo.
Ci sono poi e niente meno che la pace e la guerra. Se la Cina non taglia il cordone ombelicale, la Corea del Nord non crolla e non molla. Ma, se la Corea crolla, la Cina deve accollarsela. Quindi la Cina non taglia. E non deciderà certo di farlo a L’Aquila. L’Iran: con somma leggerezza e disinvoltura Berlusconi ha annunciato giorni fa nuove sanzioni verso Teheran. Sanzioni che non ci saranno. Non funzionano e Mosca non vuole che funzionino. E poi sanzioni potrebbero rafforzare il regime ormai militare di Teheran. Con l’Iran l’Occidente non sa bene che fare. L’unica cosa che sa bene, Obama e non l’Europa, è che in Afghanistan c’è una guerra vera da non perdere. Lui infatti ha deciso di combatterla, gli altri stanno a guardare, i più amichevoli fanno il tifo ma non osano dire alle rispettive opinioni pubbliche che val la pena morire per Kabul.
Quindi il clima. Strana umanità quella rappresentata al G8. Non c’è cittadino del mondo sviluppato che non sia consapevole e preoccupato. Però quando questo cittadino diventa imprenditore, operaio, automobilista o comunque consumatore di energia, consapevolezza e preoccupazione evaporano. Obama una legge perchè gli americani consumino meno e diversa energia l’ha fatta. Negli Usa proveranno ad applicarla. In Europa una direttiva l’avevano fatta, l’abbiamo fatta. Nella certezza che nessuno l’applicherà.
Sostanza dura e scarsa dunque quella del G8. Ma non si vedrà perchè sarà tutta scena, scena per la quale lavorano anche quelli che protestano. Gridano che non vogliono che otto o ottanta potenti decidano per il mondo, per i popoli. Giurano che questo è il guaio. Al netto del fatto che i popoli, quando parlano, parlano con discreta babele tra loro e comunque con lingua non sempre diritta, il vero guaio è che gli otto o ottanta potenti sono abbondantemente impotenti. Magari il G8 fosse quello che i no global immaginano e paventano, magari ci fosse un governo del mondo. E’ proprio quel che manca il governo del mondo, ma questo tutti gli attori in scena non lo racconteranno, perderebbero la parte.

martedì 23 giugno 2009

Cartoline dalla Sardegna


Il mare


















La flora
















La fauna
























Già poco più di un anno fa a Villa Certosa, ospitando il suo degno amico Putin, presagendo "il complotto", lanciò un messaggio a tutti quei giornalisti usi a violare la privacy dei potenti e quindi anche la sua.


18 aprile 2008 - Piccolo fuori programma durante la conferenza stampa congiunta tra Vladimir Putin e Silvio Berlusconi quando una cronista russa, Natalia Melikova, della Nezavsinaya Gazeta, domanda con una certa insistenza al leader Russo se fossero vere le indiscrezioni sulla sua relazione con una ex olimpionica di ginnastica artistica e altri dettagli sulla sua vita familiare e privata. Prima che Putin potesse rispondere, Silvio Berlusconi sorridente mima con le mani un mitra e lo indirizza verso la giornalista. Putin se ne accorge e annuisce.

(Credits: Ansa)

Ricordiamo che poco tempo prima era stata uccisa la giornalista russa Anna Politkovskaia che conduceva inchieste scomode sullo zar putin!

Manda questa cartolina animata al premier come risposta

sabato 13 giugno 2009

Aprite gli occhi... prima del BUIO!

Don Farinella: «Vescovi “complici”del berlusconismo»

Vescovi italiani «complici» di Berlusconi e del «berlusconismo».
È l’accusa rivolta al presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, da un sacerdote genovese, don Paolo Farinella, teologo e biblista. L’accusa è contenuta in una lettera aperta al cardinale Bagnasco, pubblicata anche su internet.
Per don Farinella, i vescovi italiani, nella prolusione e nella conferenza stampa della 59/ma Assemblea Generale della Cei che si è svolta a fine maggio, avrebbero trattato con troppa «delicatezza la questione morale che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del Consiglio». «Lei e il segretario della Cei - scrive don Farinella rivolgendosi al card. Bagnasco - avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe». «Né lei né i vescovi - prosegue il testo - avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale».


Lo psiconano così risponde


"Veline, Noemi, Mills e voli di Stato. Dietro c'è un progetto eversivo"

"Su quattro calunnie messe in fila, veline, minorenni, Mills e voli di Stato, è stata fatta una campagna che è stata molto negativa per l'immagine all'estero". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, parlando dalla tribuna del convegno dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure. Il premier ha parlato di "un comportamento colpevole, ed anche un comportamento eversivo. Volevano far decadere il presidente del Consiglio per mettere un'altra persona non eletta dagli italiani: se questa non è eversione ditemi cosa è?".


Intanto nel paese reale succede che:


PADOVA - "Santantonio pensaci tu".

Sabato a Padova la processione del patrono S. Antonio. Dietro il rito le suppliche di cassintegrati e lavoratori che temono per la disoccupazione. Crisi e voglia di «miracoli».
«Caro Sant’Antonio, ho paura. Intercedi perchè mio ma­rito non perda il lavoro e nella sua ditta le cose si mettano a posto, al­trimenti sarà un vero dramma». «Carissimo Santo, sono disperata, sto perdendo tutto. Vorrei ancora credere nel domani, ma i debiti mi stanno affossando». La crisi si fa sentire anche tra gli ex voto: a chie­dere la grazia non è più solo chi ha parenti in fin di vita. Sempre di più, arrivano sulla tomba del San­to patrono di Padova e alla posta dei frati, le preghiere di cassinte­grati o di famiglie strozzate dai de­biti. E’ una sofferenza nuova, sto­rie che approdano in Basilica e im­plorano il miracolo di arrivare a fine mese.


MILANO - Presentate Ronde nere a Milano. Pattuglieranno le strade affiancando le Ronde padane.


Sono state presentate oggi a Milano, durante un convegno del Movimento sociale italiano, le cosiddette ronde nere. Sono i volontari della Guardia nazionale: affiancheranno le ronde padane nelle strade non appena sara' in vigore il disegno di legge sulla sicurezza. Dicono di essere 2.100, indosseranno una divisa con camicia grigia o kaki, basco con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la ruota solare simbolo del nascente Partito nazionalista (e socialista n.d.r.) italiano.


Invece nella più democratica e laica Francia succede che:


Liberté, égalité, Internet. Sarkò sconfitto dai pirati.

Alla fine lo schiaffo se l’è preso lui, Nicolas Sarkozy. Ieri la Corte costituzionale francese ha respinto la sua cosiddetta «legge dei tre schiaffi» contro gli utenti di Internet che scaricano gratis brani coperti da diritti d’autore - cosiddetta «Internet et Creation» o «Hadopi» («Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet»), fortemente voluta dal presidente tanto da chiamare a raccolta i suoi fedelissimi per assicurarne l’approvazione in seconda lettura all’Assemblea nazionale lo scorso 12 maggio - perché «viola i diritti fondamentali dell’uomo, sanciti dalla Costituzione». Esultano in Francia i militanti della libertà su Internet, che avevano fatto ricorso.
«Internet è una componente della libertà di espressione e di consumo» ha dichiarato il Consiglio della Corte Costituzionale, e «nel diritto francese c’è la presunzione d’innocenza» per cui «solo il giudice può pronunciare una sanzione, e solo dopo aver stabilito che si tratta di illegalità». La legge infrange due articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, che la Corte Costituzionale è tenuta a difendere: si tratta dell’articolo 11 che protegge la libertà di comunicazione e d’espressione, e dell’articolo 9 che pone il principio di presunzione d’innocenza. Per il Consiglio è accettabile solo che la «Haute Autorité» avverta l’internauta di essere stato identificato: non può sanzionarlo né disconnetterlo. Il Consiglio garante della costituzionalità delle leggi in Francia è rappresentato da nove membri fra i quali gli ex presidenti Valéry Giscard d’Estaing e Jacques Chirac.

Mentre in America:


Usa, aziende di tech chiedono a Cina di rivedere filtro internet.

Un gruppo che ha sede a Washington e che rappresenta aziende di information technology ha invitato la Cina a riconsiderare l'idea di dotare i nuovi computer di un software che agisca da filtro Internet.
Le regole cinesi prevedono che "Green Dam", un programma sviluppato dalla Jinhui Computer System Engineering, sia preinstallato su tutti i pc fabbricati o venduti dal primo luglio.
La decisione del governo cinese ha suscitato malcontento nell'industria del web e nei gruppi per i diritti umani, preoccupati che questo filtro possa non essere compatibile con le norme circa la cyber-sicurezza e la libertà sul web.
"L' Information Technology Industry Council, la Software & Information Industry Association, la Telecommunications Industry Association e TechAmerica chiedono al governo cinese di riconsiderare l'idea di implementare nei pc il software che agisca da filtro e accoglierebbero di buon grado un dialogo a questo proposito", si legge in un comunicato congiunto.
"Crediamo che ci dovrebbe essere un dialogo aperto sulle norme che regolano l'immissione sul mercato di software di parent control, in modo che vengano rispettate la libertà di espressione, la privacy, l'affidabilità del sistema, la libera circolazione delle informazioni, la sicurezza e la possibilità di scelta da parte dell'utente".
Il gruppo che ha pubblicato questo comunicato comprende molte importanti aziende produttrici di computer e sviluppatori di software.



Insomma il mondo si sta spaccando in due: da una parte la verà libertà, la vera "transizione" e dall'altro alcuni personaggi come lo psiconano, sarkozza, puttin, la cina fasciocomunista e adesso si è schierato anche quel maiale di gheddafi con la sue sparate:


Annullare tutti i partiti, «senza più destra, sinistra e centro». «Il simbolo del popolo italiano sarà la fratellanza perché il partitismo è un aborto della democrazia», ha aggiunto il colonnello parlando in Campidoglio. «Ci sarebbe l’unità nazionale di tutti gli italiani - ha concluso - raccolti in un’unica famiglia (baciamo le maniiii n.d.r.) e in un fronte compatto. Il popolo (della libertà n.d.r.) eserciterebbe il potere direttamente e senza rappresentanti (intralci n.d.r.)».

Dopo Eni e Unicredit non è un mistero che le attenzioni dei libici si siano concentrate su Enel, Telecom e Impregilo. Di questo non si è parlato ieri (ancoooora n.d.r.) anche se Gheddafi ha avuto una riunione ristretta con i vertici di grandi aziende: da Alessandro Profumo, Piefrancesco Guarguaglini, Fulvio Conti, Marco Tronchetti Provera, Gabriele Galateri, Alberto Bombassei, Luisa Todini.
Nel suo intervento Gheddafi non ha tradito le attese. Ha definito gli imprenditori «i soldati di questa epoca, pionieri della battaglia per le richieste di infrastrutture, costruzioni, cibo». Si è detto convinto che le esigenze delle imprese possano essere meglio difese da Berlusconi che dalla sinistra. «Voi siete fortunati – ha spiegato – perché il mio caro amico Berlusconi è al vostro fianco ed è completamente alleato con voi e, finché ci sarà Berlusconi al governo, le opportunità per le vostre imprese sono maggiori».


E poi lo psiconano parla di figuracce con l'estero! Forse "esso" considera estero solo: russia, cina, libia, birmania, corea del nord, ecc.


BELLA MIERDA DI SPONSOR!

giovedì 19 febbraio 2009

In attesa della "putinizzazione" in Italia


RUSSIA: POLITKOVSKAIA; GIURIA, TUTTI INNOCENTI

MOSCA- La giuria ha dichiarato innocenti tutti e quattro gli imputati per l'uccisione della giornalista d'opposizione Anna Politkovskaia. I dodici giurati, dopo circa tre ore di camera di consiglio, hanno ritenuto non provate le responsabilità degli imputati. Si tratta dell'ex dirigente della polizia moscovita Serghei Khadzhikurbanov, accusato di essere l'organizzatore del delitto per conto di un mandante non ancora identificato; dei fratelli ceceni Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, presunti 'pedinatori' della giornalista - un terzo fratello, Rustan, è ricercato all'estero come presunto killer. Al quarto imputato, l'ex colonnello dei servizi segreti Pavel Riaguzov, erano contestati reati minori insieme allo stesso Khadzhkurbanov: abuso d'ufficio ed estorsione. Riaguzov, in particolare, avrebbe fornito l'indirizzo della Politkovskaia al gruppo ceceno secondo l'accusa, che esce però sonoramente sconfitta dal verdetto.
L'accusa ha già annunciato ricorso. "Abbiamo intenzione di impugnare la sentenza per le violazioni verificatesi nel corso del processo", ha dichiarato all'agenzia Itar-Tass il procuratore Vera Paskovskaia, aggiungendo che a suo avviso tali violazioni ci sono state praticamente tutti i giorni.

L'AVVOCATO DELLA FAMIGLIA CRITICA GLI INQUIRENTI
"Nessuna sorpresa": è la prima reazione di Anna Moshalenko, uno degli avvocati della famiglia Politkovskaia, al verdetto di non colpevolezza espresso oggi dalla giuria nei confronti di tutti gli imputati. Commentando la decisione alla Radio Eco di Mosca, il legale ha criticato l'operato degli inquirenti nella fase di acquisizione delle prove, per la mancata individuazione del mandante e per non aver saputo portare sul banco degli imputati il killer. L'avvocato ha annunciato una conferenza stampa nella sede dell'agenzia Interfax.

IMPUTATI LIBERI, CHIEDERANNO DANNI
Il presidente della corte militare Ievgheni Zubov ha deciso di liberare gli imputati del processo per l'ucccisione della giornalista Anna Politkovskaia dopo che la giuria ha pronunciato il verdetto di non colpevolezza. Lo riferisce l'agenzia Interfax. Uno dei loro difensori, Murat Musiaev, ha annunciato che chiederanno un risarcimento per essere stati ingiustamente incarcerati.