martedì 9 febbraio 2010

Operazione verità 2010 n. 16

In Campania votare
il malaffare di destra o di sinistra?





Meglio votare FICO!

Delitti a fin di bene
di Marco Travaglio

Nel "processo breve" a se stesso celebrato da Enzo De Luca al congresso Idv, mancavano la pubblica accusa e un’informazione decente che conoscesse le carte. C’era solo l’imputato, che infatti si è assolto fra gli applausi, raccontando al popolo dipietrista quel che aveva già fatto credere al suo partito, il Pd. E cioè che è stato rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso per un’opera buona: aver consentito agli ex lavoratori dell’Ideal Standard di continuare a godere della cassintegrazione.
Naturalmente è una superballa. Quei lavoratori sono disoccupati. Che cosa è successo davvero? Non si tratta delle accuse di un pm impazzito (Gabriella Nuzzi, cacciata da Salerno dopo aver osato indagare su De Luca e sulla fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, vedi caso De Magistris). Si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio firmate da due gup, due giudici terzi. Lo stabilimento altamente produttivo dell’Ideal Standard di Salerno fu chiuso, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi dell’Emilia Romagna (terra cara all’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani).
Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione irrealizzabile, fittizia – il parco marino Sea Park – e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici. Uno dei beneficiari dell’operazione – come han ricostruito i giudici – fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici.
I modenesi della Sea Park avrebbero versato a Grieco fondi neri per 29 miliardi di lire e promesso al comune di Salerno di versarne altri 22 di oneri concessori non dovuti, con garanzia fideiussoria. I 29 miliardi sarebbero finiti sui conti della famiglia di Grieco e da questo prelevati in contanti per distribuirli un po’ in giro. Il gruppo Sea Park fu poi costretto a sputare altri 6 miliardi extra-bilancio, con assegni bancari girati per l’incasso a un collaboratore di Grieco, che li parcheggiò su un conto Unicredit per essere poi prelevati in contanti o girati su conti della famiglia Grieco.
Nonostante il salasso, la Sea Park non riuscì a ottenere la proprietà dei terreni di Grieco, che, oltre a tutti i soldi incamerati, seguita pure a lucrare sull’aumento della rendita fondiaria dei terreni, gentile omaggio della giunta De Luca. Intanto il gruppo emiliano, spolpato dai salernitani, è ridotto sul lastrico. Gli subentra un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti capitanato da un faccendiere bresciano pregiudicato, Angelo Tiefenthaler.
De Luca appoggia anche lui per un fantomatico programma di "riconversione industriale", utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard. Al posto del parco marino, si dice, nascerà un centro turistico-commerciale e, al posto dell’Ideal Standard, un bell’inceneritore. Invece spunta una centrale termoelettrica, opera della multinazionale svizzera Egl e gemella di quella di Sparanise (raccontata dal Fatto a proposito delle liaisons fra finanza rossa emiliana e clan Cosentino).
Per queste vicende la pm Nuzzi aveva chiesto al gip l’arresto di De Luca e al Parlamento l’autorizzazione a usare certe sue intercettazioni indirette. Richieste respinte. Il gip distrusse addirittura le bobine gettandole nell’inceneritore, anziché attendere la decisione della Consulta (che di lì a poco ne decretò la piena utilizzabilità); subito dopo il fratello del gip, Luca Sgroia, diventò segretario dei Ds di Eboli e aprì la campagna elettorale per De Luca sindaco di Salerno. E ora chi ha stomaco forte lo elegga pure governatore della Campania.


"Non potevamo dare la Campania ai casalesi"
di Luca Telese


Di Pietro: "Il patto è chiaro.

Se De Luca è condannato si dimette.

Nessuna poltrona per noi".


Domenica Il Fatto titolava con ironia sulla decisione presa al congresso dipietrista: "La svolta di Salerno". In prima pagina un editoriale di Marco Travaglio (critico) sulla scelta di appoggiare Vincenzo De Luca a Salerno. Eppure il padre della svolta, Tonino Di Pietro, non si scompone: "L’alternativa era consegnare la Campania al clan dei Casalesi. Quindi non sono per nulla pentito, anzi. Sono soddisfatto".

Onorevole Di Pietro, da uno a dieci quanto l’ha fatta arrabbiare il fondo di Travaglio?
Zero.


Zero?
Anzi, sono stato contento. Non solo non mi è dispiaciuto, ma si sta aprendo, dentro e fuori dall’Italia dei valori un dibattito interessante e utile. Cosa può produrre? Prima di tutto più informazioni. E poi un percorso ?di crescita. Un pacchetto di garanzie per gli elettori di tutta la coalizione.


In che senso?
De Luca è il candidato del Pd, quello che hanno scelto loro. Potevamo combattere la sua candidatura condannandolo alla sconfitta certa. Non solo lui, purtroppo, ma tutto il centrosinistra.


Evitare questo è la sua priorità?
Certo. Significa condannare la Campania a essere governata per cinque anni da Cosentino, dai suoi amici, e dal suo candidatino.


E invece?
Invece possiamo ingabbiare De Luca con una serie di condizioni. Ed è quello che stiamo provando a fare.


Ma lei ha letto i documenti dei suoi processi, prima di invitarlo al congresso?
E certo che l’ho fatto.


Che idea ne ha tratto?
Ho letto il rinvio a giudizio e le carte processuali nella loro sostanza.


Se l’accusa non è fondata vuol dire che i magistrati hanno sbagliato?
No, I magistrati hanno fatto bene ad aprire l’inchiesta. Il magistrato agisce perchè ha l’obbligo dell’azione penale. Ma De Luca ha altrettanto diritto a far valere le sue ragioni nel processo e deve dimostrare la sua estraneità nel processo.


Travaglio ha dei dubbi sul primo punto del vostro accordo.
L’impegno a dimettersi se condannato?


La condanna definitiva potrebbe arrivare fra un decennio.
Dal punto di vista legale è innocente fino a fine processo.


E dal punto di vista politico?
Dal punto di vista politico, e questo non è giustizialismo a vanvera, gli chiederei di dimettersi subito dopo una eventuale condanna.


Glielo chiedo in modo esplicito. L’Idv se De Luca non lo facesse toglierebbe la fiducia alla giunta?
E ci mancherebbe altro! E’ venuto fino al nostro congresso a darci garanzie!


Lei tre giorni fa definiva De Luca un rospo da baciare per non far vincere il coccodrillo...
Non mi sono rimangiato nulla, è quello che pensavo.


Oggi De Luca è diventato principessa?

Per nulla. In questo momento storico ho chiesto al congresso di fare uno sforzo di realismo politico.


Quanto ha contato il discorso di De Luca?
E’ venuto a giurare di fronte a 5mila persone. Ha promesso di usare la ramazza contro il clientelismo: noi staremo lì a controllare che questo avvenga.


Ci sono molti che promettono.
Intanto lui ha spiegato che non farà come Berlusconi. Che accetterà il verdetto. Chi vota noi sa che siamo lì per fare in modo che accada.


E’ un compromesso?
Sì, ma non cedo di un millimetro sui nostri principi. Non è la situazione ideale. Era o mangi la minestra o salti dalla finestra.


E lei cosa ha fatto?
Non mi sono buttato di sotto. Faccio in modo che la ministra sia condita di garanzie, e se possibile meno indigesta.


In altri tempi avrebbe buttato la ministra dalla finestra?
In altri tempi sul fornello del centrodestra non c’erano persone accusate di avere rapporti con i poteri criminali. Per me era facile salvarmi l’anima. Magari prendevo pure più voti! Ma abbiamo il dovere di sapere quale è il contesto.


Il congresso ha votato per acclamazione, senza scrutinio.

Ma avevano tutti alzato le mani! E’ stata una scelta partecipata e libera. Ci fossero stati dubbi avrei contato uno ad uno io stesso.


Barbato, il suo oppositore ha ritirato la candidatura. Gliel’ha chiesto lei?
Ma proprio per niente! Anzi. Non aveva rispettato tutte le regole statutarie, ma non ho fatto il pignolo.


Lei ha fatto il direttore d’orchestra sulle mozioni.
Oh, caspita. Ce n’erano seicento, anche dieci sullo stesso punto! Molte sono state accorpate per semplicità. Accade in tutti i congressi. Quella contro il familismo è stata un po’ annacquata. Io ho proposto di rivederla. In quel modo era incostituzionale. Nessun può impedire a qualcuno di far politica perché ha un parente che lo fa.


E’ contento di come è stata approvata?
Sì. Perché nessun parente otterrà cariche esecutive o rappresentative per nomina. Se vuole deve trovarsi i voti.


Arriviamo all’alleanza con il Pd. Solo due settimane fa lei aveva rotto i rapporti. Ha ceduto, lei o Bersani?
Il Pd era come una bella donna che deve scegliere un partner, ma si tiene due amanti.


L’altro era Casini?
Sì, l’inciucismo possiblista dell’Udc.

E adesso ha scelto voi?
Bersani ha detto chiaramente che l’asse portante è quello tra il Pd e noi. E che il Pd si oppone a tutti i tentativi di inciucio. E’ una bella conquista ottenuta grazie alla nostra iniziativa e alla nostra forza.

Ha voluto l’accordo su De Luca per rompere l’isolamento, visti gli attacchi del Corriere?

Mavà! Non ci azzecca proprio per niente! Mi convinca. Secondo lei mi spavento per quattro balle condite con una foto in una caserma dei carabinieri e un assegno che non abbiamo nemmeno incassato? Tzeee....

Era arrabbiato, però.
Beh, certo....Mi sparano addosso! Che sono masochista? Però sono dei fondi di barile, ho visto ben altro, e lei lo sa. Il patto con il Pd ha delle contropartite?

Il patto con il Pd ha delle contropartite? Ecco, proprio questo dovrebbe farle capire. Non abbiamo chiesto un poltrona, una! Non abbiamo nemmeno un candidato nostro!!!

Ci sarebbe Callipo....
Beh. In primo luogo non è dell’Idv. E non abbiamo nessuna certezza che lo votino. Magari. Vede, si potrà dire tutto di noi, in questa storia. Ma l’unica cosa certa è che non vogliamo poltrone.


Tu quoque Tonino...
di Beppe Grillo

Il giorno dopo l'appoggio a De Luca come Governatore della Campania da parte di Antonio Di Pietro mi sono svegliato con la testa pesante, con un senso di nausea. Non ne ho capito subito il motivo. Poi ho messo a fuoco i miei pensieri e ho rivisto migliaia di persone che applaudivano convinte, con una standing ovation, una persona che incarna l'esatto contrario di Antonio Di Pietro. Marco Travaglio ne descrive per filo e per segno nel Fatto Quotidiano di oggi le vicende giudiziarie strettamente intrecciate con il Pdmenoelle emilianoromagnolo di Bersani. Non le ripeterò a mia volta. Non basterebbe il post per elencarle. Per De Luca non è necessario aspettare la sentenza, parla la sua faccia, la sua arroganza, la sua ignoranza come potete ammirare nel video che mi ha dedicato quando criticai l'inceneritore di Acerra.
Per un partito che ha fatto delle mani pulite la sua bandiera, uno come De Luca rappresenta un suicidio politico. Infatti, chi ha le mani sporche potrà dire che Di Pietro è uguale agli altri. Ghedini, Belpietro e Feltri pagheranno di tasca loro per poterlo affrontare in una trasmissione televisiva. Ci sarà la fila. Resta però il fatto che Antonio Di Pietro non è uguale agli altri. E allora, perché dilapidare un patrimonio di consensi per un signore con due processi pesantissimi in corso? Era meglio Bassolino che di processo ne ha uno solo ed è anche più simpatico di De Luca.
Io sono grato a Di Pietro per il sostegno che ha sempre dato alle iniziative del blog, come i Vday o la manifestazione dei familiari antimafia. L'unico tra i segretari di partito a esprimere pubblicamente la sua solidarietà nei miei confronti. La Rete sta giudicando in modo severo, quasi da amante tradita, l'operato di Di Pietro. Io non lo farò, avrà le sue ragioni che non sono le mie. Però Bersani e La Torre in prima fila al Congresso dell'Italia dei Valori (insieme al convitato di pietra Massimo D'Alema) rappresentano un'idea della politica che non mi appartiene, quella dei compromessi, del meno peggio, della mancanza di alternative in nome di una governabilità che ci ha regalato decenni di Andreotti, Craxi e Berlusconi. Mi dispiace, non mi interessa.
Il MoVimento 5 Stelle vuole cambiare le regole del gioco. In Campania candida Roberto Fico, un cittadino preparato e incensurato di 35 anni. I cittadini devono rappresentare sé stessi in prima persona e gli eletti rispondere ogni giorno delle loro azioni attraverso la Rete. Ognuno conta uno. Il Programma è il punto di rifermento. Idee e non ideologie. La politica come servizio (temporaneo) e non come professione. I mezzi che giustificano i fini sono un'emerita cazzata. Il fine e il mezzo sono la stessa cosa. Se il primo è merda, lo diventa anche il secondo. Tonino, torna indietro.


lunedì 8 febbraio 2010

Operazione verità 2010 n. 15

A Tonì ma ke c'azzekka!

L'Idv "assolve" De Luca con standing ovation
di P. Zanca

I delegati danno il via alla candidatura, contrario De Magistris

La Madonna pellegrina è andata a giudizio. Il processo (breve, dice De Magistris) a Vincenzo De Luca, candidato Pd alla regione Campania, finisce in un’assoluzione con formula piena. Per lui, è standing ovation. Antonio Di Pietro ieri mattina lo ha chiamato al telefono: "Stiamo decidendo che fare con te. Vuoi venire a convincerci?". "Alle tre e mezza sto lì", ha risposto l’imputato.
Arriva puntuale, quando Di Pietro ha già spiegato alla platea come accoglierlo. "Abbiamo tre opzioni: non votarlo, votarlo senza condizioni o mettere dei paletti. L’alternativa è consegnare la regione ai casalesi". La strada, insomma, era spianata. Solo i "dissidenti", continuavano a sperare che ci fosse un’altra soluzione. "Avremmo voluto un candidato autonomo, come in Calabria, e non farci mettere spalle al muro dal Pd", spiega Carlo Diana dall’Emilia.
Per il resto “la linea dei paletti” all’ora di pranzo aveva già sfondato: "Se si dimette anche in caso di condanna in primo grado, va bene", dice il siciliano Salvo Di Blasi. "Vogliamo dare un peso o no alla presunzione di innocenza?" si domanda Denis Rosa, avvocato veneziano. "Se poi sarà condannato, fuori immediatamente, a calci", aggiunge Alessandra Maiorano, 23enne padovana. "È un atto di fiducia, non solo a De Luca, ma anche a Di Pietro", chiosa Antonino Pipitone, che a Padova fa l’assessore. Già, altro che rimettersi all’assemblea, con il discorso dei paletti, Di Pietro si è assunto una responsabilità non da poco.
E forse nemmeno lui si aspettava le standing ovation. Ma De Luca evidentemente ha scelto le parole giuste. “Sono pronto a sottoscrivere un codice etico. Io sono un altro Sud, quello che combatte e non ha paura della legalità. La mia accusa per truffa e concussione è dovuta al fatto che ho chiesto la cassa integrazione per 200 operai licenziati, ma sono orgoglioso. C’è chi tra le frequentazioni ha gli operai; altri invece che le hanno con i casalesi, i camorristi e gli estorsori".
Mentre applaudono lui, i delegati applaudono il loro presidente. "La magistratura indaghi a 360°". "Che nessuno si difenda dai processi ma nei processi". "Chi è condannato metta la firma sotto le dimissioni". La vulgata è quella del Tonino nazionale: "Basta con i primari che non sanno distinguere un bisturi da un cavatappi". "Basta con i bastimenti al Columbus Day a spese della regione".
Quando finisce, Di Pietro allarga le braccia. C’è altro da aggiungere? No. L’Idv è con De Luca. Lui ha il volto provato: "Oddio, e che è! – dice uscendo dalla sala – Gli esami non finiscono mai, mi hanno catapultato qui come la Madonna pellegrina". Luigi De Magistris invece è furibondo. In sala ad ascoltare l’imputato nemmeno c’è andato. "Che è, il processo breve? L’applausometro? No, non mi interessa. Di Pietro è il leader, ma io sono campano e conosco i problemi, che non sono le favolette che ha raccontato De Luca. E poi magari sarà condannato tra dieci anni, quando avrà già finito di governare".
Fausto Morrone, candidato alle regionali per l’Idv, è uno dei maggiori oppositori di De Luca a Salerno: "Io non ho applaudito. I suoi capi d’imputazione non sono quelle sciocchezze che vuole far credere: ha favorito imprenditori, ha incentivato la speculazione, non è stato abbastanza vigile sulle infiltrazioni camorristiche. Capisco Di Pietro: pur soffrendo di gastrite, se De Luca in Campania serve a non dare l’immagine di un centrosinistra frammentato, va bene così. Ma ad applaudirlo no, io non ce l’ho fatta".



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E GUARDA BENE CHI E'
VINCENZO DE LUCA

E QUI


B. ringrazia e dice:
"che pipponeee!!!"




domenica 7 febbraio 2010

Leggi "ad cacchium"


I boss di Cosa Nostra salvati dalle nuove leggi antimafia

Giuseppe Lo Bianco


Il pugno di ferro del governo contro Cosa Nostra si è trasformato in un favore ai mafiosi. L’intenzione, almeno sulla carta, era una punizione più dura per i boss, l’effetto, “per l’approssimazione con cui si fanno le leggi in tema di mafia”, come dice Antonio Ingroia, “è devastante”: nel pacchetto sicurezza approvato nel 2008 si nasconde una norma che spinge le pene per associazione mafiosa sopra i 24 anni. Oltre, dunque, la competenza stabilita per il giudizio dei Tribunali. Se n’è accorta la Cassazione che con una sentenza del 21 gennaio scorso ha definitivamente investito dei processi di mafia le corti di assise. Con la prospettiva certa della cancellazione di decine di processi, che devono ripartire da zero, e la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia di centinaia di mafiosi. “Se dovesse prevalere la tesi della competenza delle Corti d'assise – sostiene Ingroia – sarebbe una vera e propria catastrofe con effetti che vanno dal regresso del processo in primo grado alla cancellazione di sentenze nei dibattimenti quasi conclusi. E qui si tratta dei capi dell'associazione mafiosa. Altro che processo breve. Sarebbe molto peggio, e le conseguenze si ripercuoterebbero nelle vicende di mafia”.



L’effetto domino è appena iniziato: a Catania si è fermato il processo contro Attilio Amante e altri otto imputati (che ha generato il verdetto di Cassazione), a Termini Imerese i giudici hanno bloccato il processo Perseo, con il tentativo di ricostituire la cupola mafiosa, nei giorni scorsi la quarta sezione del tribunale di Palermo, ha rinviato il dibattimento contro i boss Nino, Aldo, Salvatore e Giuseppe Madonia, tra i piu’ fedeli alleati di Totò Riina. Tra i pm di Palermo, che hanno convocato una riunione della direzione distrettuale antimafia, c’è allarme e sconcerto, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Palermo Enrico Sanseverino denuncia “l’intasamento delle Corti di Assise per le quali il carico di lavoro era stato dimezzato ed adesso diventerà gravoso”. La Cassazione ammette: “C'é un buco nella legge, e’ un problema normativo: serve una correzione”. E il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ieri a Palermo, promette: “Faremo di tutto per evitare che ci possano essere conseguenze negative e che si possa creare un grande paradosso e cioé che dall'inasprimento delle pene per i reati di 416 bis possano derivare benefici per i boss”.

Sotto accusa è la decretazione d’urgenza che ha costretto il Parlamento a convertire in legge entro due mesi le norme, scritte evidentemente in tutta fretta, del cosiddetto Pacchetto sicurezza. “É il risultato dell'approssimazione con cui si fanno le leggi in tema di mafia – continua Ingroia – sono gli effetti di una legislazione che va avanti a strappi, in modo schizofrenico e disorganico”. E tra gli addetti ai lavori più diffidenti serpeggia anche il dubbio di un “errore non causale”, e qualcuno ricorda come un disegno di legge diretto ad assegnare la competenza dei reati di associazione mafiosa era stato ritirato, nel 2009, per la protesta dei pm antimafia. Il pugno duro del governo contro Cosa Nostra, infatti, si è trasformato in un regalo ai boss: se agli imputati di associazione mafiosa vengono contestate talune aggravanti – ad esempio essere stati “capi e promotori”, di avere agito con un'associazione armata, di avere reimpiegato in iniziative economiche i proventi di attività criminali (tutto ciò che fa ordinariamente Cosa Nostra) – la pena lievita anche fino a 30 anni e dunque scatta la competenza della Corte d'assise.

A rivelare il boomerang è stata un'ordinanza del 7 maggio 2009, del tribunale di Catania, che si è dichiarato incompetente, trasmettendo il processo ai mafiosi in corte di assise. Lo stesso hanno fatto, sei mesi dopo, togati e popolari, con un'altra ordinanza, datata 12 ottobre, che ha rimesso la questione alla Cassazione. E due settimane fa la Suprema Corte ha sciolto il rebus investendo definitivamente la corte di assise. La sentenza (finora è noto solo il dispositivo) è passata sotto silenzio, ma in suoi effetti appaiono adesso in tutta la loro devastante gravità: sono decine i mafiosi condannati a più di 24 anni, proprio la settimana scorsa i boss SalvatoreSandro Lo Piccolo hanno avuto inflitti 30 anni in uno dei dibattimenti del filone “Addio-pizzo”. E due settimane fa la stessa sorte, in appello, era toccata ai boss Nino Rotolo (condannato a 29 anni). Adesso si rischia anche l’ingolfamento ulteriore delle corti di Assise, oltre al fatto di affidare il giudizio degli imputati di mafia ad una maggioranza di giudici popolari, che non sono tecnici e che, soprattutto, in realtà come quelle meridionali potrebbero essere condizionati e intimiditi. La soluzione sta in una correzione normativa, si spera finalmente organica e non occasionale, affidata alla decretazione d’urgenza. “Ci auguriamo che veda presto la luce il testo unico antimafia – conclude il pm Ingroia – di cui ha nuovamente parlato il presidente del Consiglio nel vertice tenuto nei giorni scorsi a Reggio Calabria”.

da Il Fatto Quotidiano del 6 febbraio 2010



ECCO COME LO STATO ITALIANO
COMBATTE LA MAFIA:
Collaboratrice di giustizia abbandonata
e data in pasto alla 'ndrangheta!

LEGGI!


martedì 2 febbraio 2010

Operazione verità 2010 n. 14

Piovono polpette
da: Byoblu


Il Popolo di Israele marciò nel deserto per 40 anni. Per loro scese la manna dal cielo, il pane degli angeli simile a fine cristallo, a fiocchi di brina gelata, al coriandolo bianco e a una frittella di miele.
Il Popolo italiano sta marciando da 40 anni nel deserto dell'informazione televisiva. Per lui cadono pesanti balle dal cielo, polpette avvelenate, notizie drogate e massicce quantità di compresse soporifere.

C'è qualcosa di peggio dell'essere semplicemente ignoranti. Un ignorante può sempre imparare, ma è quando credi di sapere, e non sai di conoscere una realtà inventata, è lì che cadi in completa balia del grande produttore cinematografico, della Hollywood più spettacolare e fantasiosa che sia mai esistita, quella che realizza gli effetti speciali più pervasivi e convincenti, a tal punto che l'illusione più grande diviene per i nostri sensi una quotidiana e tangibile realtà.

Prendete la Giustizia, per esempio. Ogni giorno i telegiornali confezionano reportage di ordinaria disfunzionalità, lanciando milioni di invitanti polpettine avvelenate, mattoncini lego componibili secondo un'unica disposizione possibile, a formare il quadro di una magistratura italiana fallimentare, quasi criminosa nella sua condizione di casta panciuta, oziosa e inefficiente.
Eppure basta non mangiarne, basta recarsi al punto di consegna convenuto, ove cadono gli aiuti umanitari lanciati dalla blogosfera partigiana, per scoprire quanto fragile sia il tendone da circo, il bozzolo tessuto dagli aracnidi sentinella oltre il quale, sotto a un cielo terso e solcato da soffici bianche scialuppe, scorrono ruscelli di acqua pulita e crescono frutta e verdura autentiche e genuine.

La realtà è quella mostrata dal blog nel post "I veri numeri della giustizia": la nostra magistratura si trova ai primissimi posti nei paesi membri dell'Unione Europea, per numero di processi entranti e numero di processi evasi. Nè siamo il paese che spende di più per la giustizia - tutt'altro - sul reddito pro capite, nè sul Pil pro capite, e neppure abbiamo troppi giudici, perché al contrario siamo tra i più poveri in quanto a magistrati professionisti ogni 100mila abitanti. Siamo ancora più competitivi circa i magistrati non professionisti, e non ci batte quasi nessuno sulla numerosità del personale non giudicante.

[Consulta l'articolo:
I veri numeri della giustizia]


... e guarda


Intervista a Bruno Tinti, ex magistrato,
editorialista de Il Fatto Quotidiano



Fermiamo questa pioggia di polpette andate a male, costruiamo parchi dove l'informazione, una specie in via di estinzione, possa vivere protetta e tornare a scorazzare libera nei salotti delle nostre case. Respingiamo i cacciatori che vogliono appenderla come un trofeo nelle aule di palazzo, iscriviamoci e diffondiamo l'evento mediatico


Dopo 40 anni, è giunto il momento
anche per noi di reclamare
la nostra terra promessa.